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  • Pierangelo Spimpolo

Blog02: Tutto è cambiato…

Aggiornato il: 27 gen 2019


Ho vissuto sulla mia pelle il cambiamento del settore moda, che negli ultimi dieci anni ha radicalmente modificato le sue dinamiche.

Fino al 2008 i nostri clienti di riferimento erano per l’80% privati, target medio alto, che investivano nel restyling delle loro boutique multi-brand prevalentemente nei centri storici delle città, e il restante 20% era rappresentato da aziende/catene, per le quali realizzavamo e ancora realizziamo, boutique in ogni parte del mondo, Russia e Cina compresi.
Oggi lo scenario è completamente cambiato: il mercato è sostanzialmente nelle mani dei brand, tant'è che il nostro rapporto percentuale si è capovolto; molte boutique private non sono riuscite a reggere l’ondata dei centri commerciali, outlet, e mall, che di fatto hanno falcidiato queste realtà, portando alla chiusura moltissimi negozi privati.
Complice anche il fatto che molte di queste attività sono rimaste ferme ad una formula distributiva prevalentemente incentrata sul prodotto, che non funziona più, lasciando sempre più spazio ai brand che hanno dalla loro la capacità di aprire negozi, fare importanti investimenti e di sperimentare nuovi concept.
La formula del franchising è stata abbondantemente utilizzata ma purtroppo in molti casi è risultata un buon affare solo per le aziende, di recente anche Report, trasmissione di informazione di Rai3, se ne è occupata, documentando casi limiti.
La chiusura di molte boutique multi-brand ha di riflesso creato problemi anche a quelle aziende che non avendo sviluppato negli anni un proprio progetto retail, affidavano la distribuzione dei loro prodotti ai negozi di cui sopra.
Queste aziende si sono viste “costrette” ad intraprendere un progetto retail, in molti casi senza averne né la conoscenza, né la cultura imprenditoriale e né le risorse necessarie.
In questi anni ne ho viste chiudere, ahinoi più di una; in altri casi l’ingresso di fondi di investimento o capitali esteri, non sempre hanno rappresentato la giusta soluzione.
Ma come sappiamo la parola crisi ha due significati distinti: uno indica un pericolo e l’altro un’opportunità, almeno così pensavo, ma vacca boia sembrerebbe non essere così, da Kennedy in poi diversi leader politici hanno utilizzato questa “inesatta” interpretazione come strumento di retorica, non è dato sapere se per errore o calcolo, sta di fatto che sembrerebbe essere una bischerata….
Comunque facendo finta che la traduzione inglese dall'originale parola cinese “wēijī” sia quella che ci hanno raccontato, ad ulteriore testimonianza posso raccontarvi la storia di un paio di miei clienti che in questi anni di crisi sono riusciti a crescere in modo importante, anzi direi sorprendente.

Case Study 1

Di questa azienda nata 5 anni fa, di cui per rispetto di privacy, preferisco non citare il brand, ricordo gli esordi.
Imprenditori dalle idee estremamente chiare, che hanno proposto un prodotto modaiolo rivolgendosi al mercato del luxury, tant'è che il mercato italiano rappresenta per loro una piccolissima parte del loro business, prediligendo l’estero e in particolar modo la Cina, dove il lusso italiano, se ben strutturato e soprattutto grazie a partnership commerciali locali, può rappresentare un mercato estremamente interessante. La vicenda cinese del duo Dolce e Gabbana che si scusano per la caduta di “stile”, la dice lunga…
Morale, questa azienda nell'arco di pochi anni ha decuplicato il suo giro d’affari, e punta da qui a un paio di anni a raggiungere quota 100 milioni “scusa se poco”.

Case Study 2

Due ragazzi che ho conosciuto 6 anni fa all'inizio del loro progetto retail e sui quali non avrei fatto, sbagliandomi di brutto, gradi previsioni.
Questi due giovani e simpatici imprenditori in pochi anni si sono posizionati nel mercato moda, in modo preciso e riconoscibile, capendo sin da subito l’importanza di intraprendere un progetto retail, e investendo per diventare leader in una piccola nicchia dell’enorme settore moda, quindi saggiamente evitando il confronto diretto con i colossi che li avrebbero fagocitati senza troppi complimenti.
Le principali caratteristiche che hanno generato questo successo ritengo siano sostanzialmente due: un prodotto molto ben disegnato con un costo sell-out che li rende più appetibili dei loro diretti competitor, e soprattutto la capacità di cambiare velocemente e di sperimentare.
Tant'è che sono anni che lavoriamo con loro e non ricordo più le volte che abbiamo rivisto e messo a punto, tra piccoli o grandi interventi, il loro format. Sempre alla costante ricerca di creare ambienti dove il cliente, oltre al prodotto, possa trovare e vivere un’esperienza d’acquisto.
Conosco personalmente gli imprenditori che stanno dietro a queste due storie e sarà un caso, ma qualcosa li accomuna: sicuramente un atteggiamento di rispetto e considerazioni per i propri collaboratori, interni o esterni all'azienda che siano.
La consapevolezza che collaboratori/fornitori, sono risorse importanti per le aziende, e che il successo non è mai attribuibile solo ad una persona, per quanto ne possa essere l’elemento fondante, ma è la somma di tutti quei valori che solo le persone che si sentono coinvolte in un progetto possono dare.
Quindi non più la classica e stereotipata immagine del mega presidente gran farabut, gran ladr, figlio di put fantozziano che considera i suoi subalterni delle merdacce attribuendosi tutti gli onori, ma leader consapevoli che le aziende sono “fatte da persone”.
Chiuderei con una delle tante perle di saggezza di Mr. Richard Brandson: Occorre una forza lavoro impegnata, coinvolta e motivata per produrre un prodotto o fornire un servizio di prima classe, e costruire così un’impresa sostenibile e di successo.”

Autore Pierangelo Spimpolo

Faccio questo mestiere da troppi anni, perché mi piace...





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